Trascorrono gli anni, e tu da sempre lontana. Vorrei ascoltare i tuoi pensieri, la tua voce e prenderti per mano come fosse ieri. Di te è rimasto il respiro di un angelo e il ricordo del tuo nome: Aisha. Oggi, tra le ombre dei miei boschi solitari ascolto le parole del silenzio. A un fiore dal colore ignoto, cresciuto sotto l'ombra di un cipresso, ho regalato la mia eterna malinconia. A una sorgente che scorre azzurra ho raccontato la nostra storia vissuta nel muto deserto.
In una notte d'estate, una stella antica illuminerà i miei boschi di luce divina, e gli angeli ti condurranno da me. Tra il fitto fogliame, la melodia infinita del Parsifal.
In un giorno d'estate, vagavo solo nei boschi di Casa del Monte. Timidi fiori, colorati dal silenzio delle stelle, mi sorridevano. Tra il fogliame degli alberi e nelle ombre dei fossi, il canto degli uccelli come un lead e, dai nidi, il cinguettio dell'attesa. In quell'incanto, un angelo mi prendeva per mano. Sorpreso, mi fermavo, guardavo attorno e chiedevo: "Sei tu, Aisha?". Poi, sorridendo, dicevo:"È l'età che si sta prendendo gioco di me".
Ma sono certo che, questa notte, ti sognerò, e cammineremo insieme nei misteriori e mistici deserti dell'Oman, sconosciuti all'uomo. Solo in questi silenziosi deserti si può ancora ascoltare il respiro di Dio, il profumo del cielo e la melodia degli angeli. È un privilegio che appartiene soltanto a noi due.
Durante l'estate, quassù arrivava un vecchio. Nel piccolo borgo montano, nessuno sapeva da dove venisse e perché. Camminava solo nei boschi e conversava a lungo con le ombre, e piangeva di fronte alle timide rose di macchia e ai tronchi abbattuti dal vento e dalle tempeste. Tutto ciò m'incuriosiva ed ero ansioso di sapere. Dallo sguardo intuivo che sognava ricordi rimasti sotto cieli lontani e silenziosi.
Sorridendo, con lo sguardo sognante, rispondeva con garbo: "Soltanto quassù, al tramonto e nel silenzio di questi boschi, mi appare il volto di angelo. Il suo nome è Aisha, e solo il deserto conosce la nostra storia".
Come sempre, in un giorno d'estate tornavo nei boschi di Casa del Monte. Per me, sono come un tempio che ascolta silenzi che parlano d'amore e di sogni smarriti in un deserto sotto cieli infiniti. Nella penombra, sfiorata da un raggio di sole, una rosellina selvatica, timida e delicata, mi guardava sgomenta. Temeva di essere raccolta, ma con un sorriso la rincuorai e, dai piccoli fiori, grida di gioia.
Quando le ombre del tramonto oscuravano l'orizzonte mi appariva il volto di Aisha. Da un solitario cipresso, l'eco di una voce lontana mi chiamava. E tornavano ricordi del passato. Solo chi conosce il tormento della nostalgia, il profumo della malinconia e il dolore può assaporare momenti di gioia, ricordando lo sguardo di quella timida rosellina selvatica color del cielo.
Il tempo passa e si riempie di ricordi, e ho bisogno della gioia del pianto. Vorrei che fosse sempre autunno per portare con me la luce dei tuoi occhi, come quando, in giorni lontani, passeggiavamo a novembre sulle rive del Lemano, e un cigno nero ci guardava. Ora vago, senza sapere perché, nel grande caos del mondo, e cerco la tua mano.
Durante l'estate, cammino nei boschi di Casa del Monte, dove si allungano le ombre punteggiate da rosse fragole di bosco, e, qua e là, qualche foglia gialla che il vento ha risparmiato. È un luogo dove il silenzio canta la mia infanzia e gli dèi nascosti ascoltano. Sui piccoli fiori sognano le falene.
Quel giorno d'estate, un vecchio poeta camminava lento e incerto sulle colline. Forse cercava un rifugio per sognare o dimenticare. Ma i poeti non si macchiano di peccato. Si sedette all'ombra di un cipresso, e le luci sembravano colorate da Cezanne. Improvviso arrivò un vento dolce e delicato, accompagnato da una Ciaccona di Bach, e per un attimo si udì la voce di una bambina lontana.
So che a volte, in estate, torna lassù, sotto l'ombra di quel cipresso, e aspetta che il vento porti l'eco di quella voce lontana.
Le ombre, mosse dal vento, danzavano nella pace primordiale della foresta. Nelle sorgenti e nei rigagnoli di acque chiare, si specchiavano gigli e corone di fiori di ogni colore. Sugli alberi le foglie macchiate di cielo aspettavano gli angeli, tra gioiosi canti di uccelli. Erranti foglie autunnali addormentate si lasciavano trasportare felici da acque azzurre. Questo fu il nostro meraviglioso mondo, un universo dove la morte si rinnova. Durò un'estate, e profumava di paradiso.
Ora vago solo nella foresta, e cerco la melodia del tuo passo leggero, e la luce di un sogno. Cerco di capire. Il ricordo tace e il dolore trattiene il pianto. Perché quella nube alata e solitaria ti portò via?
Ombre di luci e di sogni in quel giorno d'estate nei boschi di Casa del Monte, che mi videro bambino, e nel buio dei fossi erano cresciute campanule bianche. C'è un silenzio che vuole parlare, e sulle foglie rosse d'acero, cadute d'autunno, un lontano suono di passi. Scivolavo nel verde e umido muschio, e tornava la visione di una donna con una pesante fascina sulle spalle. Sorridendo, mi prendeva per mano e mi rialzavo.
Troppo presto ti ho perduta. Ma so che vivi in cielo con gli angeli. Chiedi loro il permesso e scendi per qualche ora. Poi prendimi per mano e, come allora, saliamo su quell'altura.
Ho conosciuto un angelo che ti assomigliava, in una terra lontana assolata e tormentata dal vento. Vive in cielo. Cercala e ti parlerà di me.
Questo post è scritto da Romina (G. M.), del blog Oltre il cancello.
Questo è un post particolare, frutto di fantasia. Immagino me stessa in vacanza in due momenti storici diversi, il 2021 e il 1987. I gesti e i pensieri non possono essere gli stessi, perché troppe cose sono mutate, intorno a noi e dentro di noi.
Montagna, 2021, vacanze estive. Sono seduta a un bar, è mattina, mi rilasso. Mentre aspetto il dolce e il caffè, invio il buongiorno a una ventina di contatti su Whatsapp. Ho scaricato un’immagine da Google, una di quelle col giorno della settimana già stampato, così auguro a tutti buon lunedì senza nessuno sforzo, senza dover neppure aggiungere un pensiero. Qualche minuto ed è fatto.
Arrivano il dolce e il caffè, comincio a mangiare e ricevo un messaggio su Uozzappa. Guardo e vedo un buon lunedì con un’immaginetta ripresa da Google – facciamo tutti così. Chiudo subito, l’ho appena guardata, non mi soffermo mai più di qualche secondo. Poi, mentre mangio, nuovi squilli che segnalano altri buongiorno. Non li guardo neppure, rimando tutto a un altro momento. Vado su Google, cerco le news, leggo i titoli, tento di capire cosa m’interessa, ma le notizie sono troppe, si accavallano, si rincorrono senza posa. Per fortuna sono in grado di distinguere tra vere notizie e patetici articoli acchiappa clic, ma talvolta questa bulimia di articoletti e post di ogni genere mi fa girare la testa, quasi come se mi trovassi in mezzo a un chiasso infernale. Mi stanco presto e chiudo Google. Finita la colazione m’incammino per una passeggiata. Pochi passi, squilla il telefono, stavolta rispondo. Due o tre parole per confermare il mio ritorno a casa a mezzogiorno circa. Continuo a camminare, mi arrivano altri messaggi, foto di amici e parenti in vacanza, abbronzature, arie felici. So tutto quello che fanno, brevi messaggi m’informano di ogni cosa. Intanto cammino, il paesaggio è meraviglioso e posso sbizzarrirmi a fotografare gli angoli che preferisco, senza limiti di nessun tipo. Al massimo scarterò le foto peggiori. Poi arriva l’ora di tornare a casa. Non ho portato la macchina, ma poco importa: sui bus si viaggia bene, sono silenziosi, puliti e c’è persino l’aria condizionata.
Montagna, 1987, vacanze estive. Sono seduta a un bar, ad alcuni chilometri da casa. Aspetto il dolce e il caffè e, nel frattempo, sfoglio alcune riviste che ho comprato all’edicola qui vicino. Mi piace il profumo della carta dei giornali ancora nuovi, tanto che spesso avvicino le pagine al volto per poterlo sentire meglio. Il mio rapporto con la lettura e la scrittura, infatti, è fisico, intensamente carnale: devo toccarle, le pagine, devo sentirle con il tatto e l’olfatto, sono oggetti concreti preziosi. Non finiranno subito nella spazzatura, alcune riviste si salveranno, le rileggerò, poi forse ne darò una o due a qualche parente. Facciamo sempre così, ce le scambiamo, è un’abitudine.
A un certo punto mi alzo e vado a passeggiare. Mi vengono in mente le amiche lontane, qualcuna al mare, qualche altra in montagna; ci rivedremo fra un mese circa e parleremo delle vacanze, racconteremo qualche sciocchezza, ci lamenteremo della noia di certe giornate. Poi ricominceremo con i nostri svaghi, gli incontri della domenica pomeriggio, le vasche in centro storico. Ma intanto sono qui, sto bene, il tempo scorre a rallentatore, le vacanze sembrano infinite, e questa lontananza da tutto e da tutti, questa lunga pausa, non può che farmi bene.
Adesso mi piacerebbe scattare qualche foto, e allora devo scegliere bene, devo concentrarmi sui panorami più belli, perché non voglio usare più di un rullino. Le cartoline, invece, le acquisterò la prossima settimana con calma, quando tornerò a comprare altre riviste. Dopo un’ora di vagabondaggio e di pensieri lenti, vado alla fermata della corriera. Per fortuna il viaggio è breve, perché l’odore di benzina, sul mezzo, è molto fastidioso. Ma il percorso sarà piacevole, mi sentirò in compagnia, perché in corriera nessuno si preoccupa di parlare a voce bassa e c’è sempre qualche estraneo che mi rivolge la parola.
Ebbene sì, eccola qui la cabina telefonica dei miei tempi. L’ho citata persino in qualche vecchio post, questa mitica cabina situata all’entrata del parco di viale Buon Pastore. Ricordo quando a volte, da adolescente, me ne servivo durante i lunghi pomeriggi di giugno trascorsi fuori casa. I cellulari non c’erano e quindi le possibilità erano soltanto due: entrare in un bar e telefonare da lì oppure usare queste cabine, che all’epoca sembravano un trionfo di progresso insuperabile. Mai avremmo immaginato che, dopo pochi anni, sarebbero diventate oggetti quasi obsoleti, da guardare con un po’ di commozione.
Le tracce materiali del passato sono sempre rassicuranti, specialmente in un’epoca di enormi trasformazioni, di cambiamenti rapidissimi. Ammetto che, qualche volta, anch’io mi sento come quella cabina solitaria rimasta senza porta: un po’ fuori moda, a mio agio e in difficoltà nello stesso tempo, dentro al mondo e fuori di esso – come vivere lungo un confine incerto, di fronte a un paesaggio evanescente. Ma va bene così, deve essere così quando gli anni passano, le memorie si accumulano e si ricordano tempi lontani, ritmi diversi, valori quasi scomparsi.
Non vorrei tornare indietro; la retorica dei bei tempi andati non mi appartiene. Però mi piacerebbe trascorrere una breve vacanza nel passato: mi basterebbe un fine settimana ogni mese, soltanto per recuperare la me stessa di ieri – ciò che ero e mai più sarò -, e rivivere atmosfere definitivamente perdute, dissolte dall’impietoso scorrere del tempo.
Ma visto che ciò è impossibile, mi accontento di contemplare la mia bella cabina telefonica, impolverata e stanca, immobile sotto il sole e la pioggia, abituata a sopportare tutte le intemperie.
Questo post è tratto dal blog Oltre il cancello ed è scritto da Romina (G.M.)
Ai miei tempi, quand’ero adolescente, l’estate non era soltanto la stagione della spensieratezza, ma anche il momento magico in cui scrivere e ricevere quegli oggetti ormai obsoleti chiamaticartoline. I cellulari e glismartcosinon esistevano, l’ormai miticoUozzappanon era neppure nei nostri sogni e telefonare col fisso o nelle apposite cabine costava parecchio; così, per tutti questi motivi, le comunicazioni erano lente, e tessere le fragili trame delle relazioni interpersonali, cercando di mantenerle in ogni circostanza, prevedeva la scrittura di lettere e di cartoline.
Durante l’estate, le cartoline erano un modo veloce e pratico per conservare un flebile legame con amici e parenti mentre ci si trovava in vacanza. Non sempre si scrivevano per vero affetto: a volte mandare cartoline era quasi un dovere, altre volte era un modo per far sapere che sì, si era in vacanza, e guarda un po’ in che bel posto mi trovo, tiè! Però, a differenza di quanto accade ora con Uozzappa et similia, l’invio delle cartoline richiedeva un piccolo impegno, un certo sforzo, e allora si tendeva a selezionare le persone cui mandarle: difficilmente si perdeva tempo a scriverle a qualcuno di cui nulla c’importava o che, peggio, ci era antipatico. Bisognava, infatti, entrare in un negozio, scegliere le cartoline, scrivere un pensiero e l’indirizzo esatto, e poi comprare i francobolli per farle giungere a destinazione, dopo averle infilate nella meravigliosa cassetta postale rossa fiammante.
Non bisogna sottovalutare la rilevanza di queste cassette, perché, oltre all’ovvia funzione pratica, svolgevano anche un importante ruolo sul piano psicologico: le cassette postali, infatti, erano la certezza visibile e tangibile della presenza dello Stato in luoghi sperduti e impervi. Incontrarle in un remoto paesino di montagna o in una piccola località di mare confinata a casa di Dio, infondeva un senso di sicurezza, perché erano il segno inconfondibile della nostra appartenenza a un’ampia comunità. Quelle cassette lucide e rosse ci dicevano che non eravamo soli, nonostante ci trovassimo al Lido delle Zanzare o a Bosco Tre Case.
Inviare un cartolina comportava, come si è visto, un certo impegno e un piccolo investimento economico, poche cose, è vero, ma impegnative se paragonate al convulso invio d’immagini via Uozzappa, dove c’è un tasto che consente di mandare rapidamente la stessa foto a tutti i propri contatti, fra cui il conoscente del quale a stento si ricorda il nome e il presunto amico conosciuto su Facebook, di cui s’ignora tutto ma non importa, perché ciò che conta è avere un buon numero di contatti e inviare. Ormai siamo in preda alla mistica dell’invio.
Le cartoline erano, ai miei tempi, un complemento indispensabile dell’estate e si trovavano ovunque, anche in paesini sconosciuti. La mia casa in appennino, ad esempio, era in una piccola frazione a tre chilometri dal Comune principale della zona. Eppure, oltre a un bel campo sportivo grande (ci si giocava anche il torneo di calcio dell’appennino), a un parco con le altalene e a una bella chiesa con annesso campanile, nella mia frazione c’erano anche due negozi di alimentari e altri prodotti, fra cui le cartoline, che immortalavano quel luogo regalandogli la dignità di paese da ricordare. Così, fra due etti di prosciutto e un chilo di pane, si poteva decidere quale cartolina mandare fra quelle presenti, perché c’era persino una discreta possibilità di scelta. Quasi superfluo aggiungere che, nella mia frazioncina, non mancava una bella cassetta postale.
All’epoca molte persone conservavano le cartoline che ricevevano per rileggerle, guardarle e parlare di chi le aveva inviate. Erano segni concreti delle nostre relazioni sociali e preziosi ricordi, perché lasciavano una traccia di chi era lontano e di chi aveva abbandonato per sempre questa valle di lacrime. Il fatto che fossero scritte a mano conferiva alle cartoline un fascino che nessun messaggio elettronico potrà mai avere. La calligrafia, infatti, è un’espressione della propria individualità, perché nessuna calligrafia può essere identica a un’altra; perciò rileggere poche parole vergate a mano su una vecchia cartolina rievoca con forza particolare l’immagine di chi l’ha scritta.
Chi non ha vissuto quei tempi non può comprendere cosa significhi una piccola cartolina e quale valore affettivo possa avere. Certo, si possono rileggere anche le email, si possono guardare più volte le immagini ricevute sullo smartphone e le foto su Instagram; però, toccare con le mani una cartolina e osservare la calligrafia di chi magari non c’è più, è un’esperienza che coinvolge ricordi e affetti con una profondità sconosciuta ai nuovi mezzi di comunicazione. Che poi questi siano utilissimi e piacevoli è cosa che non metto in dubbio, altrimenti non scriverei qui; ma chi ha conosciuto il tempo delle cartoline sa che esse restano, per alcuni versi, insostituibili.
Era tornato nel suo piccolo borgo, nascosto sotto la curva di un monte. Era arrivato da una terra lontana e silenziosa, dove gli orizzonti si confondono col cielo, e non era solo. Teneva per mano una donna con lunghi capelli neri, e con occhi profondi e misteriosi, che chiamava angelo; e, per i pochi rimasti nel borgo, lei era invece la rondine. Un giorno d'estate, mentre il tramonto spegneva le luci, e nelle ombre dei boschi si addormentavano i fiori, una nube azzurra la rapì. Da allora, nel paese raccontano che lassù, di notte, si sente una voce che ripete: "Non tornare, non mi troveresti".
I pochi vecchi rimasti nel borgo, a primavera, attendono la rondine.
Il sole dell'estate cerca le ombre per ferirle. La sua luce confonde e sporca i ricordi, e i tramonti sono una lunga agonia. Quando i cieli saranno grigi e si confonderanno con le nebbie autunnali, apri la finestra del maniero. La mia finestra è già aperta, e, anche se lontani, saremo insieme come allora. È l'autunno che non si dimentica di noi, e ci concede questo regalo. Cammineremo tenendoci per mano come quel giorno sul sentiero che porta al lago, tra foglie strapazzate dai venti, e accarezzate dalle nebbie; e, su un ramo nero, sarà un corvo a guardarci.
Mi chiamerai, e io ti risponderò. Dalle foschie che nascondono le acque del lago, sentirai la mia voce che ti ripeterà quella poesia che amavi tanto. Chiuderemo le finestre insieme in un giorno d'autunno.
Questa è una storia vera, di altri tempi, e raccontata oggi fa sorridere. Erano gli anni Cinquanta del secolo scorso. In un borgo solitario dell'appennino tosco-emiliano, un vecchio era tornato dall'Argentina. Certamente non aveva trovato fortuna. Parlava ancora il dialetto con qualche difficoltà, e lo chiamavano l'Argentino. Sistemò in qualche modo la vecchia casa, ormai in condizioni disastrose. Sradicò ortiche, erbacce e sterpaglie da un fazzoletto di terra, dove fece un orto. Aggiustò una vecchia panca e una sedia, e le portò sul portico. Sulla sedia mise un grammofono, e, prima del tramonto, era solito sedere con il gatto sulle ginocchia, mentre ascoltava un tango. Io ero un bambino, e sia lui che il gatto si affezionarono a me. Il vecchio ascoltava e rispondeva alle mie domande, con pazienza e interesse.
Quell'uomo era arrivato in silenzio e in silenzio se ne andò in un giorno d'estate, quando il sole è duro a morire. Al tramonto, arrivò il curato del paese per recitare il rosario. Io ero sul portico con il gatto, che non mi abbandonava. Qualcuno chiese al curato se fosse possibile ascoltare un tango, o se fosse peccato; il prete rispose che era possibile e si fermò ad ascoltare.
Per il sentiero tra i prati
andremo ancora, verso il torrente
potremo così guardare insieme
la fresca acqua paziente.
Lì potremo stare in silenzio
per un attimo ancora
vicini tenendoci per mano
finché non dovremo scendere
nel paese che non conosciamo.
Il sole d'estate riposava su quelle mura cadenti, e ascoltava le voci dei silenzi nascosti fra le ombre. Qua e là, qualche fiore solitario ed erbe incolte. Da lontano, lo sguardo misterioso di un gatto mi fissava. In quel momento, la memoria generava sofferenza e sogno. Una zona d'ombra, tra quelle pietre, attirava la mia attenzione.
Mentre andavo verso l'angolo più buio, un volto luminoso, scolpito come nelle cattedrali, mi guardava. Capivo che non avrei mai più potuto tenerti per mano.
Il sole d'estate riposava su quelle mura di sassi cadenti, e ascoltava le voci dei silenzi nascosti tra le ombre. Profumo di erbe incolte e, qua e là, qualche fiore solitario. Seminascosto, lo sguardo misterioso di un gatto mi fissava. La memoria generava sofferenza e sogno. Una zona d'ombra attirava tra quelle pietre la mia attenzione. Nell'angolo più buio, il tuo volto scolpito come nelle facciate delle cattedrali. Capivo che non avrei mai potuto tenerti per mano.
In estate, regna il silenzio su quegli antichi sentieri che portano lassù, dove con una mano sembra di toccare l'azzurro del cielo. Nell'atmosfera misteriosa il vento e le foglie restano mute: ascoltano il rumore dei tuoi passi lontani. La nostra radura ospita i lupi. Laggiù nel borgo, i pochi vecchi rimasti raccontano che di notte la tua ombra vaga su quei sentieri, e di giorno riposa nella tana dei lupi e gioca con i cuccioli. E ricordano un loro amico di gioventù, salito e scomparso sulla cresta di quel monte che fa da sentinella al cielo.
Questa notte, notte d'estate, i nostri boschi assomigliano a un'enorme cattedrale gotica con le porte aperte. Migliaia di stelle posano lo sguardo con la luce dell'attesa. Tra gli ultimi rami, i clavicembali accompagnano la voce di un angelo. Dal fondo, profumo di bosco; e sale una voce. Ascolta l'eco: sono io che ti chiamo. Le stelle si stanno spegnendo.
Era una notte d'estate. Un vecchio lupo saliva faticosamente quel sentiero dove erano rimasti i tuoi sguardi. Le stelle erano vicine e l'accompagnavano con luce divina. Stremato, raggiungeva la nostra radura; poi si sdraiava e alzava lo sguardo verso il cielo. Mentre i suoi occhi si chiudevano per sempre, scendeva San Francesco e lo benediceva.
Sui rami della selva si aggirava un'ombra azzurra: osservava e sorrideva.